Ipertrofia prostatica benigna

Trattamento mininvasivo endovascolare (embolizzazione prostatica o PAE): di cosa si tratta?

Il trattamento endovascolare da parte del radiologo interventista prevede l’embolizzazione (chiusura) delle arterie che portano il sangue alla prostata determinando una riduzione del volume della prostata permettendo la risoluzione dei sintomi nel 90% dei casi.

Essendo un intervento mininvasivo può essere effettuato anche in quei pazienti che non possono subire un intervento chirurgico per la concomitanza di altre patologie come quelle cardiovascolari.

Come si effettua l’intervento? È doloroso?

L’embolizzazione prostatica, viene realizzata senza l’uso di bisturi né tagli chirurgici.

La PAE viene eseguita da un medico Radiologo Interventista. Si inserisce un millimetrico tubicino attraverso un’arteria nella parte superiore della coscia (o del polso). I raggi X consentono di guidare il tubicino nei vasi sanguigni che riforniscono la prostata. Successivamente, si iniettano delle piccole sfere attraverso il tubicino. Le microsfere riducono l’apporto di sangue alla prostata, causandone il restringimento.

In condizioni normali si preferisce un ricovero per un solo giorno (ed una notte). Nei giorni successivi all’intervento il paziente può condurre una vita normale.

L’intervento non è doloroso. Tuttavia, nelle 48 h successive all’intervento alcuni pazienti presentano qualche fastidio o bruciore urinario. Sarà cura del medico impostare, in caso fosse necessaria, un’adeguata terapia antidolorifica/antiinfiammatoria per limitare al minimo questi sintomi.

Vantaggi dell’embolizzazione prostatica

  • Brevi tempi di recupero e di ricovero
  • Rischio diminuito di effetti sula funzione sessuale
  • Basso rischio di incontinenza urinaria
  • Catetere urinario per periodo ridotto (in alcuni casi può essere evitato completamente)

Ipertrofia prostatica benigna: cos’è, chi colpisce, quali sono le cause

L’ipertrofia prostatica benigna, o adenoma prostatico (BPH o IPB) è una patologia caratterizzata dall’ingrossamento della prostata che può comportare notevoli difficoltà ad urinare.

L’ipertrofia prostatica non è un tumore maligno e non aumenta la possibilità di avere un tumore alla prostata.

L’ipertrofia prostatica è molto comune tra la popolazione maschie, ne sono colpiti oltre il 50% dopo i 60 anni.

Il principale fattore associato alla malattia sono l’invecchiamento e i cambiamenti ormonali nell’età adulta. Studi scientifici hanno dimostrato l’esistenza di una predisposizione genetica e di familiarità.

Quali sono i sintomi dell’iperplasia prostatica benigna?

I sintomi, cosiddetti LUTS (dall’inglese “lower Urinary Tract syntoms), comprendono l’incontinenza urinaria, ma anche l’urgenza di recarsi al bagno diverse volte (pollachiuria), anche durante la notte (questo sintomo è detto “nicturia”), la perdita involontaria di urina o la difficoltà minzionale.

Possono presentarsi anche bruciore ad urinare e sensazione di incompleto svuotamento della vescica.

Questi disturbi possono avere un impatto negativo sulla qualità della vita e sulla sfera sessuale del soggetto che ne è colpito.

Diagnosi e prevenzione

È importante una diagnosi precoce. L’ipertrofia prostatica benigna – IPB, se non trattata in modo tempestivo e appropriato, può essere causa di complicanze anche gravi, che comprendono ad esempio una ritenzione urinaria acuta, una condizione che richiede l’intervento d’urgenza di cateterizzazione e, nel caso, l’asportazione chirurgica della prostata (prostatectomia) oppure formazione di calcoli renali, fino al deterioramento della funzione renale (insufficienza renale)

La diagnosi viene eseguita con esame clinico, alcuni esami strumentali (ecografia trans-rettale, risonanza magnetica nucleare), e valutazione dell’antigene prostatico specifico (PSA).

Quando bisogna trattare l’IPB?

Quando compaiono i sintomi che inficiano la qualità della normale vita è importante agire con una terapia farmacologica

Qualora non dovesse avere successo, si rende necessario l’intervento chirurgico o endovascolare.

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